A
tavola con gli antichi Greci
Quando si parla dell’antica cucina
greca, il pensiero va di rimando ai poemi omerici che
costituiscono una fonte letteraria dettagliata sull’argomento.
Il cibo anche nelle mense reali non era molto variato; mense
piene di pani biondi e carni fumanti.
La carne era per lo più
cotta allo spiedo, o alla griglia.
Preferita la carne di maiale,
gradite tutte le altre; ma non si parla mai di polli o di altri
volatili, consumati solo in caso di carestia ai tempi omerici
diventeranno una leccornia nell’età di Pericle, quando la
gastronomia si affina come il gusto dei Greci, ed ebbe i suoi
cultori e maestri.
Cambia anche il modo di banchettare, si passa
dagli antichi banchetti dove i commensali erano seduti negli
scanni o su panche lungo le pareti, a banchetti dove i
commensali erano sdraiati su letti a tre posti e il posto
d’onore era accanto al padrone.
Nessuna posata né salvietta, la
carne veniva tagliata preventivamente.
Una figura importante
diventa il cuoco professionista, chi organizzava un banchetto
poteva ingaggiarlo direttamente all’agorà, mentre per il
nutrimento giornaliero bastavano la moglie e il servo di casa.
Al di là dei banchetti tra i cibi più comuni denominati “opson”
vi erano olive, legumi, cipolle, carni e pesci.
Il pane più
comune era la “maza” una sorta di galletta fatto con farina
d’orzo, e l’”artos”, un piccolo pane bianco rotondo consumato
prevalentemente nei giorni di festa.
A differenza con l’antichità in
cui il pesce non era neanche menzionato, diventa tra i cibi
preferiti.
Con il termine tragèma si intende parlare di dolci
che comprendevano frutta, mosti cotti o dolcetti addolciti al
miele.
L'ateniese,
prima di uscire di casa alle prime luci dell'alba, prendeva un
leggero pasto (acratismos) che di solito consisteva in un
piccolo pane d'orzo o di grano intinto in un po' di vino puro
(acratos).
Poteva anche rendere un po' più abbondante questo
primo pasto con un po' di olive o di fichi...
Verso il
mezzogiorno o nel corso del pomeriggio i greci consumavano un
pasto assai sommario e rapido (ariston).
Alcuni
assumevano una specie di merenda verso sera (hesperisma)
ma il pasto di gran lunga più abbondante aveva luogo di solito
alla fine della giornata o anche di notte: era la cena
(deipnon).
Il pasto poteva finire con un
dessert (tragèma): frutti freschi o secchi, soprattutto
fichi, noci e uva o dolci al miele.
La
bevanda più diffusa era certamente l'acqua, il cui gusto e la
cui freschezza erano apprezzati anche dai buongustai.
Si bevevano anche latte, soprattutto di capra, e una specie di
idromele, miscela di miele e acqua.
Ma era la vite a fornire la
bevanda reale, il «dono di Dioniso». In campagna, dopo la
vendemmia, si beveva il vino dolce.
La fabbricazione del vino
era assai diversa da quella attuale; la fermentazione in tini
non era praticata né a lungo né sistematicamente e la
conservazione del prezioso liquido era perciò molto difficile.
Per garantirla si mescolava il vino ad acqua salata o ad altri
ingredienti, probabilmente col sistema con cui si fabbrica
attualmente in Grecia il vino resinato, anche se non risulta che
gli antichi abbiano mai aggiunto resina al vino.
Si aggiungevano
spesso aromi come il timo, la menta o la cannella, e talvolta
del miele.
Si faceva anche il vino cotto. Ogni paese produttore
di un vino celebre aveva i suoi particolari sistemi di
conservazione.
Il vino destinato al consumo immediato era posto
in otri di pelle di capra o di maiale mentre quello che andava
esportato veniva versato in grandi giare di terracotta (pithoì)
che sostituivano i nostri tini, poi in anfore anch'esse di
argilla, le cui pareti interne erano spalmate di pece.
Le anse
delle anfore erano marcate col nome del mercante di vino e di
certi magistrati locali il cui sigillo serviva da «denominazione
d'origine».
I vini di Taso, di Chio, di Lesbo, di Rodi e di
altre località erano particolarmente rinomati.
L'esportazione e
l'importazione dei vini erano regolate, soprattutto a Taso, da
leggi che colpivano con sanzioni particolari le frodi e
garantivano un vero e proprio protezionismo.
Ed ecco
un assaggio di letteratura con riferimento all’arte culinaria:
Alceo
fr. 367 Lobel-Page
Ηρος
ανθεμοεντος επαιον ερχομενοιο
Εν δε
κερνατε τω μελιαδεος οττι ταχιστα
Κρατηρα.
Io
già sento primavera
Che
s’avvicina coi suoi fiori:
versatemi presto una tazza di vino dolcissimo.
Fr. 333
Lobel-page
Оινος
γαρ ανθώπω διοπτρον.
Il
vino è specchio dell’uomo.
Fr. 366
Lobel-Page
Оινος,ω
φιλε παι και αλαθεα.
Vino, ragazzo caro e verità.
A cura della
professoressa Ivana Vaccaroni